I love you now. I'm with you now. I'll do my best, moment to moment, not to betray you. Now That's it. No more. Don't make me lie to you.
MERRY CHRISTMAS AND HOLYDAYS! LA CANTATRICE SI PRENDE UNA BREVE VACANZA E SARA' OFFLINE FINO AL 3 GENNAIO 2006. NEL FRATTEMPO DIVERTITEVI E...BUON ANNO!

La rivista Humo per l'uscita di dicembre ha accompagnato all'iniziativa di regalare preservativi Durex una campagna pubblicitaria davvero "audace". Allo slogan "Let the beast go" ha lanciato i seguenti print ads ed addirittura un commercial. La campagnia pubblicitaria è stata creata dalla Mortier Brigade, una compagnia il cui motto è "confuse and conquer."
IL COCCODRILLO E' QUELLO PIU' GENIALE.....

You Say You Love
You say you love; but with a voice
Chaster than a nun's, who singeth
The soft vespers to herself
While the chime-bell ringeth—
O love me truly!
You say you love; but with a smile
Cold as sunrise in September,
As you were Saint Cupid's nun,
And kept his weeks of Ember.
O love me truly!
You say you love; but then your lips
Coral tinted teach no blisses,
More than coral in the sea—
They never pout for kisses—
O love me truly!
You say you love; but then your hand
No soft squeeze for squeeze returneth,
It is like a statue's, dead—
While mine for passion burneth—
O love me truly!
O breathe a word or two of fire!
Smile, as if those words should burn me,
Squeeze as lovers should—O kiss
And in thy heart inurn me—
O love me truly!
John Keats
In questo periodo è stata lanciata in Belgio una campagna pubblicitaria che spera di educare il pubblico riguardo ad uno dei tipici "cibi" natalizi il famosissimo Fois Gras. Tale cibo che non è altro che un semplice patè d'oca, ricavato dal fegato dell'animale. Affinchè sia più saporito e grasso e soprattutto per ricavarne quantità abbondanti l'animale viene forzato a mangiare per tutta la giornata fino a notte innoltrata. Il fegato inevitabilmente cresce a dismisura e raggiunge il livello "qualitativo" desiderato. Tale campagna doveva essere esposta lungo tutta la rete metropolitana belga ma la compagnia che gestisce i trasposrti sotterranei l'ha rifiutata considerandola "too shocking".

La farsa è finita. Pochi minuti, solo, davanti alla stupidità accademica che sempre più mi innorridisce. Arrabbiato ho affrontato il tutto. Il semplice dispiegarsi delle cose non è stato come lo avevo previsto. Totale indiffirenza. E questa fa più male di ongi cosa. Non c'erano stavolta fiori, applausi e foto. Non c'era proprio nessuno, neppure una telefonata. La vita scorre, si è troppo impegnati per ricordare e troppo frettolosi nel passare sopra alle cose. Devo imparare questo moderno atteggiamento di "relatività". Ma si sa.....sono all'antica io.....
L'origine del gioco degli scacchi non ben è chiara, la si fa, infatti, risalire agli inizi del settimo secolo. Ludus elittario e difficilmente adattabile ai costumi popolari è stato più volte soggetto di traspozioni letterarie,artistiche e sonore. Profondamente legato alle radici della civiltà umana non smette di essere tuttora un intrigante e complesso soggetto anche per gli artisti contemporanei. Sono proprio gli scacchi a diventare il tema principale alla galleria Luhring Augustine di New York. I top ten dell'arte contemporanea reinterpretano il gioco presentando le loro opere fino al 23 dicembre.
La mostra The Art of Chess testimonia come tale diversivo non abbia ancora perso il suo potere di ispirare giovani artisti del ventunesimo secolo ma anzi continui ad essere un ottimo strumento per l'espressione artistica.
Maurizio Catellan ha schierato buoni e cattivi e messo tra questi ultimi Crudelia Demon, Mata Hari e Al CApone mentre Rachel Whiteread ha seguito il suo amore per le piccole casette da bambole durante la creazione del suo Modern Chess set; la scacchiera è costruita intersecando piccoli tappettini diversamente colorati mentre le pedine sono gli arredi interni delle dollshouses dell'artista.
Paul McCarthy si è limitato alla cucina e nella sua reinvenzione ha usato suppellettili ad essa appartenenti.
UNA OCCASIONE IN PIU' PER FARE UN SALTO NELLA GRANDE MELA OLTRE LO SHOPPING NATALIZIO.
Quando ho visto la durata della rappresentazione non volevo crederci. Risultava ardua anche per me che amo il teatro. E che avrebbero detto quei pochi che avevano aderito all'iniziativa di presenziare ad uno spettacolo inconsueto, violento e sicuramente scabroso???
Lo spettacolo riservato a soli 60 spettatori si è aperto in una sorta di tunnel scuro, rivestito da tendaggi pesanti e male illuminati. Gli spettatori divisi in due trenta da una parte e trenta dall'altra sedevano su sedie di legno alquanto scomode. Al centro la scena. Un lungo letto due sedie ai lati opposti e poi l'inizio. La prossimità del pubblico alla scena-letto-altare è sicuramente un elemento fondamentale per una piena percezione e comprensione dell'opara stessa. Lo spettatore si sente in trappola, non può far altro che assistere alle violenze, ai sopprusi dell'uomo sulla donna. Se la prossimità di attori e pubblico è un concetto ormai ampiamente assimilato dal teatro contemporaneo, in certe situazioni estreme, tuttavia, una distanza ravvicinata è ancora capace di inquietare, di scuotere o addirittura dissolvere la rassicurante consapevolezza di rivestire il ruolo di spettatore. E' questo il caso. «Parlare di spettatore non è giusto. Bisognerebbe dire compartecipe»: Andrea Adriatico, il regista dell'opera, ha ben presente il dettato di Pasolini e fa del pubblico quasi un terzo componente, alternativamente vittima e carnefice, del rituale esoterico che si sta compiendo. L'obbligo alla vista produce così sguardi sfuggenti e pudicamente abbassati, la costrizione della vicinanza e dell’immobilità si trasforma in tortura quando esplode la violenza dell’Uomo ogni volta che pesanti catene vengono estratte dalle pareti del tunnel per legare, picchiare ed umiliare la Donna.
Nell’ambito della rassegna “Una stagione (teatrale) all’inferno”, in collaborazione con il Centro di promozione teatrale “La Soffitta” i TEATRI DI VITA hanno messo in scena "Orgia" di Pasolini. Unica opera messa in scena da Pasolini stesso nel 1968, Orgia fu accompagnata dal prevedibile strascico di scandalo e critiche durissime. Orgia è il dramma dell’autodistruzione psicologica e fisica di una rispettabile coppia borghese, uno stillicidio sado-masochistico che sviscera, in un perturbante contrasto tra la poesia evocativa della parola e il crudele realismo dell’azione, le radici dell’insoddisfazione e dell’incomunicabilità moderne. Radici che affondano in un arcaico passato di presunta, o forse sognata, felicità, la cui insopprimibile nostalgia è stata capace solo di produrre uomini infelici.
Dall’orgia iniziale di ricordi, rimorsi e recriminazioni evocati dalla coppia si passa allo scoppio distruttivo che li porta alla auto-immolazione e al prossimo scoppio di rabbia, violenza e profanazione, così fino alla fine, fino alla morte. Il linguaggio altamente poetico non permette una piena immedesimazione nella scena stessa, si può parlare veramente di due piani distinti poichè imnpossibile da far confluire in uno stesso per la loro profonda pienezza e complessità.
Se dalla prima parte dello spettacolo si esce provati e scossi, nel secondo tempo è forse proprio l’assenza della Donna, e del contrasto espressivo tra fisicità e voce offerto dalla recitazione di Francesca Ballico, a togliere un po’ di incisività. Il sadismo perde il contraltare del masochismo e la furia dell’Uomo si avventa su una preda inconsapevole, una Ragazza raccolta per strada, ben resa con sensualità bambina da Rossella Dassu. Una volta fuggita la Ragazza, il delirio distruttivo diventa auto-imposto: il protagonista si tormenta, si spoglia con foga e violenza, si umilia indossando la sottoveste e le calze di nylon abbandonate dalla sua giovane vittima. Ma nei gesti rabbiosi di Maurizio Patella c’è forse troppa concitazione per far emergere l’anima disfatta del personaggio, che invece appariva, con maggior strazio e nitidezza, attraverso il ritmo altalenante dettato dal passo a due della prima parte.
E infine l’epilogo, con il suicidio del protagonista in lingerie femminile, crocifisso alle sue stesse catene di torturatore vittima, come voleva Pasolini, immolata per la rivoluzione della Diversità :
"Ecco, io sono stato in vita un uomo Diverso:
questa è la ragione per cui mi sono chiesto
come ho potuto vivere in pace, dalla parte dell'ordine.
È semplice: nascondendo a me stesso e agli altri
la mia Diversità.
Essa non è mai stata esaminata, capita, accettata,
discussa, manipolata. […],"
Francesca Ballico è stupefacentemente brava in questa rappresentazione, il tono di voce, la piena sottomissione scenica all'uomo e il timbro che modula ogni qualvolta si passa dalla narrazione dei ricordi alla narrazione della scena crea pienamente il personaggio della donna pasoliniana vittima e carnefice di se stessa. L'attore a mio avviso gioca troppo spesso sulla fisicità rispetto al linguaggio, proferendo una lunga lista quasi imparata a memoria e raramente interpretata sulla scena.

Dopo aver diretto la sua opera teatrale Orgia nel 1968, Pasolini scrisse: "la grande novità del teatro è tutta qui. Un rapporto personale con lo spettatore. Altrimenti, dedicarmi al teatro (scriverlo e allestirlo) non avrebbe significato".
In un'epoca di massificazione trionfante (l'omologazione di cui parlava Pasolini, il "genocidio antropologico" da lui denunciato) e di impero delle telecomunicazioni che esasperano relazioni superficiali, l'idea di un rapporto profondo e personale con lo spettatore rimane un punto fermo a cui ancorarsi.
A quanti ritengano Pasolini " l'imprescindibile coscienza "eretica" e "diversa" della nostra civiltà " vorrei sottolineare una affermazione fatta dallo stesso autore:" la più alta risposta ideologica di un omosessuale al pogrom strisciante e feroce dei cosiddetti "normali": è il suicidio del protagonista del Libro Bianco di Cocteau, che si toglie la vita perché aveva capito che era intollerabile, per un uomo, essere tollerato".
Solo la piena accettazione della diversità può portare alla normalità. A mio parere P.P.P. risulta meno eretico e diverso di altri che nel nome della normalità hanno invece mostrato la piena diversità della condizione umana.
Michael Elmgreen & Ingar Dragset sono due artisti scandinavi che vivono e lavaorano a Berlino. Hanno inziato a collaborare dal 1995 e da allora il loro sodalizio è continuato. Hanno esposto le loro opera fra gli altri musei alla Tate Modern di Londra alla Bohen Foundation di New Yok e alla Kunsthalle Zutich gallery. Hanno partecipato nel 1998 alla biennale berlinese per poi passare as Instabul, San Paolo e Venezia nel 2003.
Da poco il duo ha presentato la loro ultima scultura intitolata PRADA MARFA. L'installazione è infatti stata fatta costruire in Texas vicino a Marfa una landa desolata e sperduta tipica di queste zone. Non esiste alcun segno di civiltà se non a molte miglia di distanza nella cittiadina di Valentine. L'opera da lontano ha le fattezze di una scultura molto larga e minimale....un parallelepipedo di cemento.....poi mentre ci si avvicina sempre più il minimalismo lascia spazio al lusso delle classiche boutique milanesi. Due ampie vetrine al lato della porta centrale e i display alle pareti come in un classioco monomarca mettono in mostra le ultime creazioni autunno inverno della cara Miuccia. tuttavia la posrta non verrà mai aperta poichè in questo negozio non si vende!!!! E' un'opera d'arte che si può ammirare solo dall'esterno...... come un vero e proprio miraggio nel deserto.....L’iniziativa nasce dalla Fondazione Prada, con i contributi dell’Art Production Fund e di Ballroom Marfa. La prima è un’organizzazione noprofit che si propone di facilitare ambiziosi progetti di artisti contemporanei, per sensibilizzare il pubblico all’arte contemporanea. Ballroom Marfa è invece uno spazio non profit, con sede a Marfa e dedicato alla cultura eall’arte contemporanea.
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et voila Prada anche qua!!!!

La storia della Traviata è conosciuta ormai da tutti. Per il tesmpo fu un opera davvero innovativa rispetto al panorama tradizionale del melodramma italiano. Nella terza opera che costituisce la cosiddetta “trilogia popolare” VErdi metti in scena un dramma recentissimo, che ha come protagonista niente meno che una prostituta, ispirato ad un fatto realmente accaduto a Parigi e descritto nel “La Dame aux camèlias” di Alexandre Dumas figlio. La critica ha spesso accostato il dramma di Traviata alla vita personale di Verdi, ed in particolare al suo legame con Giuseppina Strepponi. La convivenza tra i due aveva, infatti, suscitato non pochi pettegolezzi nella piccola cittadina di Busseto e aveva forse provocato qualche tensione tra Verdi e il padre della Strepponi, Antonio Barezzi. E’ difficile stabilire se veramente la situazione personale del Maestro abbia avuto una qualche influenza sulla genesi dell’opera. Sta di fatto che Verdi e la Strepponi decisero di partire per Parigi proprio per sfuggire alle dicerie che la loro vita privata suscitano negli abitanti di Busseto.
L'allestimento voluto da Irina Brook per la prima di domenica ho stravolto un po' tutti che si aspettavano la classica ambientazione ottocentesca. L'apertura che doveva avere luogo nella lussuosa casa parigina di Violetta Valery ha rivelato da subito il carattere innovativo e decisamente moderno deciso per la"rivisitazione" dell'opera. Una splendida piscina svuotata è stato il setting del primo atto attorniata da tavoli e sedie di in plastica trasparente stile kartell ed i partecipanti in sfavillanti abiti argentati e tempestati da paillettes di tutti i colori. Di sicuro impatto scenico la festa in casa da Flora, che da tipica festa di carnevale è stata trasformata in un vero e proprio circo con tanto di pagliacci, funamboli e lanciacoltelli. Il tutto è poi sfumato in una pallida ambientazione lattea che ricordava la luce a neon delle corsie degli ospetali, spogli, asettici e freddi.
Interpretazione a metà fra l'opera lirica, il teatro e il balletto.Forse un po' meno coinvolgente rispetto alla classica ma di sicuro impatto visivo. A volte anche ironico, come il passaggio di danza a due di ballerini con abiti stilizzati a teschio come simbolo dell'imminente morte della protagonista. Altre di pieno coinvolgimento come il balletto delle singare che inizia in platea fra il pubblico per poi svilupparsi sul palco. Giudizio positivo, opera fresca e degna di coraggio per aver cercato di reinterpretare un'opera e un pubblico che forse sa un po' troppo di naftalina.