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giovedì, 08 dicembre 2005

2 ore e 45

Quando ho visto la durata della rappresentazione non volevo crederci. Risultava ardua anche per me che amo il teatro. E che avrebbero detto quei pochi che avevano aderito all'iniziativa di presenziare ad uno spettacolo inconsueto, violento e sicuramente scabroso???

Lo spettacolo riservato a soli 60 spettatori si è aperto in una sorta di tunnel scuro, rivestito da tendaggi pesanti e male illuminati. Gli spettatori divisi in due trenta da una parte e trenta dall'altra sedevano su sedie di legno alquanto scomode. Al centro la scena. Un lungo letto due sedie ai lati opposti e poi l'inizio. La prossimità del pubblico alla scena-letto-altare è sicuramente un elemento fondamentale per una piena percezione e comprensione dell'opara stessa. Lo spettatore si sente in trappola, non può far altro che assistere alle violenze, ai sopprusi dell'uomo sulla donna. Se la prossimità di attori e pubblico è un concetto ormai ampiamente assimilato dal teatro contemporaneo, in certe situazioni estreme, tuttavia, una distanza ravvicinata è ancora capace di inquietare, di scuotere o addirittura dissolvere la rassicurante consapevolezza di rivestire il ruolo di spettatore. E' questo il caso. «Parlare di spettatore non è giusto. Bisognerebbe dire compartecipe»: Andrea Adriatico, il regista dell'opera, ha ben presente il dettato di Pasolini e fa del pubblico quasi un terzo componente, alternativamente vittima e carnefice, del rituale esoterico che si sta compiendo. L'obbligo alla vista produce così sguardi sfuggenti e pudicamente abbassati, la costrizione della vicinanza e dell’immobilità si trasforma in tortura quando esplode la violenza dell’Uomo ogni volta che pesanti catene vengono estratte dalle pareti del tunnel per legare, picchiare ed umiliare la Donna. 

Nell’ambito della rassegna “Una stagione (teatrale) all’inferno”, in collaborazione con il Centro di promozione teatrale “La Soffitta”  i TEATRI DI VITA hanno messo in scena "Orgia" di Pasolini. Unica opera messa in scena da Pasolini stesso nel 1968, Orgia fu accompagnata dal prevedibile strascico di scandalo e critiche durissime. Orgia è il dramma dell’autodistruzione psicologica e fisica di una rispettabile coppia borghese, uno stillicidio sado-masochistico che sviscera, in un perturbante contrasto tra la poesia evocativa della parola e il crudele realismo dell’azione, le radici dell’insoddisfazione e dell’incomunicabilità moderne. Radici che affondano in un arcaico passato di presunta, o forse sognata, felicità, la cui insopprimibile nostalgia è stata capace solo di produrre uomini infelici. 

Dall’orgia iniziale di ricordi, rimorsi e recriminazioni evocati dalla coppia si passa allo scoppio distruttivo che li porta alla auto-immolazione e al prossimo scoppio di rabbia, violenza e profanazione, così fino alla fine, fino alla morte. Il linguaggio altamente poetico non permette una piena immedesimazione nella scena stessa, si può parlare veramente di due piani distinti poichè imnpossibile da far confluire in uno stesso per la loro profonda pienezza e complessità.

Se dalla prima parte dello spettacolo si esce provati e scossi, nel secondo tempo è forse proprio l’assenza della Donna, e del contrasto espressivo tra fisicità e voce offerto dalla recitazione di Francesca Ballico, a togliere un po’ di incisività. Il sadismo perde il contraltare del masochismo e la furia dell’Uomo si avventa su una preda inconsapevole, una Ragazza raccolta per strada, ben resa con sensualità bambina da Rossella Dassu. Una volta fuggita la Ragazza, il delirio distruttivo diventa auto-imposto: il protagonista si tormenta, si spoglia con foga e violenza, si umilia indossando la sottoveste e le calze di nylon abbandonate dalla sua giovane vittima. Ma nei gesti rabbiosi di Maurizio Patella c’è forse troppa concitazione per far emergere l’anima disfatta del personaggio, che invece appariva, con maggior strazio e nitidezza, attraverso il ritmo altalenante dettato dal passo a due della prima parte. 

E infine l’epilogo, con il suicidio del protagonista in lingerie femminile, crocifisso alle sue stesse catene di torturatore vittima, come voleva Pasolini, immolata per la rivoluzione della Diversità :

 "Ecco, io sono stato in vita un uomo Diverso:
questa è la ragione per cui mi sono chiesto
come ho potuto vivere in pace, dalla parte dell'ordine.
È semplice: nascondendo a me stesso e agli altri
la mia Diversità.
Essa non è mai stata esaminata, capita, accettata, 
discussa, manipolata. […],"

Francesca Ballico è stupefacentemente brava in questa rappresentazione, il tono di voce, la piena  sottomissione scenica all'uomo e il timbro che modula ogni qualvolta si passa dalla narrazione dei ricordi alla narrazione della scena crea pienamente il personaggio della donna pasoliniana vittima e carnefice di se stessa. L'attore a mio avviso gioca troppo spesso sulla fisicità rispetto al linguaggio, proferendo una lunga lista quasi imparata a memoria e raramente interpretata sulla scena.

 

 Dopo aver diretto la sua opera teatrale Orgia nel 1968, Pasolini scrisse: "la grande novità del teatro è tutta qui. Un rapporto personale con lo spettatore. Altrimenti, dedicarmi al teatro (scriverlo e allestirlo) non avrebbe significato".
In un'epoca di massificazione trionfante (l'omologazione di cui parlava Pasolini, il "genocidio antropologico" da lui denunciato) e di impero delle telecomunicazioni che esasperano relazioni superficiali, l'idea di un rapporto profondo e personale con lo spettatore rimane un punto fermo a cui ancorarsi.

A quanti ritengano Pasolini " l'imprescindibile coscienza "eretica" e "diversa" della nostra civiltà " vorrei sottolineare una affermazione fatta dallo stesso autore:" la più alta risposta ideologica di un omosessuale al pogrom strisciante e feroce dei cosiddetti "normali": è il suicidio del protagonista del Libro Bianco di Cocteau, che si toglie la vita perché aveva capito che era intollerabile, per un uomo, essere tollerato".

Solo la piena accettazione della diversità può portare alla normalità. A mio parere P.P.P. risulta meno eretico e diverso di altri che nel nome della normalità hanno invece mostrato la piena diversità della condizione umana.

 

 

postato da: manu1976 alle ore 11:17 | link | commenti
categorie: letteratura, teatro, rabbia
mercoledì, 26 ottobre 2005

Durante la prima conferenza sull'Educazione, organizzata dalla Fundacion Santillana, nella capitale argentina, il premio Nobel per la letteratura José Saramago ha inaugurato la Kermesse  aprendo con questa frase: " La violenza, l'indisciplina e la mancanza di autortià si sono impossessati delle scuole, situazioni che a volte sfociano nella vera e propria umiliazione". Lo scrittore ha aggiunto inoltre che la società preferisce non affrontare il problema " e guarda da  tutt'altra parte poichè sarebbe troppo doloroso ammettere ciò che sta accadendo".

Sotto l'epigrafe "Que sociedad queremos, que gentes, necesitamos" (che Società vogliamo. che popolo necessitiamo) Saramago ha parlato publicamente della situazione attuale dell'insegnamento. Secondo lo scrittore si è sostituito erroenemamente la parola "istruzione" con "educazione". "La scuola può infatti, istruire ai propri alunni ma non può educarli poichè non ha nè i mezzi con cui farlo nè è la sua finalità". Come esempio ha riportato la differenza fra la famiglie con genitori analfabeti che possono educare i propri figli sebbene siano senza istruzione e come al contrario giovani istruiti possano invece mancare di una totale educazione.

Saramago aggiunge che il problema con cui si confrontano le società moderne è che la scuola ha cessato di istruire i giovani, poichè è caduta in una vera e propria anarchia, motivata dalla perdita di autorità del corpo docente.  I professori infatti, si vedono impotenti nell'assicurare le condizioni necessarie nelle quali si possono pacificamente trasmettere le proprie conoscienze. " Siamo giunti a situazioni davvero terribili se si pensa al fatto che esistano metaldetector all'ingresso delle scuole per evitare che gli alunni portino con se in aula una pistola" ha sottolineato lo scrittore.

Lo scrittore è poi intervenuto per la piena presa di coscienza della possibilità di vivere all'interno di qualsiasi società attraverso il riconoscimento dei "limiti". Saramago ha poi concluso dicendo : " Non cadrò nell'errore di affermare che una volta era tutto migliore, perchè non lo è stato, ma sostengo che il tempo presente dovebbe essere migliore".

 

 

postato da: manu1976 alle ore 11:51 | link | commenti (2)
categorie: letteratura
venerdì, 21 ottobre 2005

LE NEFANDEZZE DELL'ANIMO UMANO

Prendendo spunto dall'ultimo post di Italian Psycho mi sembra giunto il momento di parlare di nefandezze dell'animo umano. Più che il termine nefandezza, fra i cui sinonimi riporta anche sodomia (cfr ,www.demauroparavia.it/73280) la quale se fatta volantariamente non è assolutamente una nefandezza, utilizzerei il termine \abomeneco che in esperanto traduce il termine schifosità. si perchè si tratta di schifo, repulsione, a ciò che non siamo pronti mentalmente ad accettare. Nel post di cui anticiavo si parla di questo megalomane, tale Gabriele Paolini, che ha deciso di aprire un sito altamente hard su se stesso. Le motivazioni dettate da tale personaggio, che soffre sicuramente di manie di grandezza e di egocentrismo, sono le seguenti: "... tranne il sottoscritto, mai nessun personaggio pubblico, conosciuto come tale, senza essere precedentemente coinvolto in avventure professionali hard, ha espresso in un modo così CHIARO, DURO, SENZA ALCUN TABU’, le proprie esperienze sessuali. Nel sito sopracitato vengono pubblicate fotografie molto eplicite, nelle quali mi si vede con molta naturalezza LECCARE CAZZI, CULI, FICHE ecc...". Oltre alla voglia di essere sicuramente al centro dell'attenzione, comunque ed ovunque, il sog. Paolini dimentica che già altri famosi scrittori, poeti e registi si erano cimentati in opere simili anche se non personalmente ma con uno scopo dissacratorio e rivoluzionario rispetto al desiderio di diventare famosi.

 Primo di tutti il Divin Marchese che, nel 1784, imprigionata presso la Bastiglia, scrive Le 120 giornate di Sodoma e Gomorra. Nella sua opera il vizio e la crudeltà prendono le dimensioni della pazzia e del mito. La sua opera può ispirare  orrore e anche un po’ di  noia per l’infinita, stilizzata e “teatralizzata”  ritualità erotico-pornografica, ma proiettando, senza freni, nell’ossessione della scrittura le sue ossessioni  ed i suoi fantasmi, Sade  ha però portato agli psicologi  un documento eccezionale sugli stati della mente e sulle sue perversioni, ed i surrealisti hanno riconosciuto in lui il simbolo dell'uomo che insorge contro tutti i divieti. Non è un libro che deve piacere, né tanto meno con cui si debba andare d'accordo; è soprattutto un libro di sperimentazione narrativa, di sfida ai propri limiti, per oltrepassare i confini dell' "accettabile", del "giá noto". Cosí come non è solo un "campionario di vizi", bensí un "campionario di scelte estetiche" dove Sade re-inventa il linguaggio narrativo portandolo ai limiti del metafisico (e di meta-fisico si puó ben parlare, grazie alla sua totale estraneitá con le leggi della natura. Ma di nuovo, quello che piú mi colpisce  è soprattutto l'ironia che permea lo stile: "Ma, mio caro Presidente, proprio questa mattina vostra moglie mi ha prodotto il piú solido e bello stronzo!", dove, come sottolinea giá Barthes, il termine offensivo giunge a termine di una frase che imita lo stile piú aulico. E' da questo che infatti deriva la sua ironia Sade, dal subitaneo colpo di coda, dall'inversione repentina e violazione del codice linguistico. Un'operazione molto piú perversa (e sovversiva, come tutta l'ironia) degli atti che descrive. Infine, è un peccato che il marchese non abbia potuto terminare il suo progetto.

Più vicino a noi rispetto al caro Marchese, il giovane Pier Paolo Pasolini, nel 1975 presenta a Parigi "Salò o le 120 giornate di Sodoma". Il film segue la falsariga del romanzo del Marchese de Sade, attraverso la ripetizione infinita del numero magico 4. Quattro "Signori", rappresentanti di tutti i Poteri, il Duca (quello nobiliare), il Monsignore (quello ecclesiastico), Sua Eccellenza il Presidente della corte d'Appello (quello giudiziario) e il Presidente Durcet (quello economico), si riuniscono in una villa assieme a quattro Megere, ex meretrici, e a una schiera di giovani ragazzi e ragazze, catturati tra i figli dei partigiani, o partigiani essi stessi, in una sontuosa e cadente villa, isolata dal mondo dal presidio dei soldati Repubblichini e delle SS. Nella villa, per centoventi giorni, sarà vigente per tutti un regolamento sottoscritto dai quattro Signori, con il quale essi sono autorizzati a disporre indiscriminatamente e liberamente della vita delle loro giovani vittime, le quali dovranno tenere un comportamento di assoluta obbedienza nei confronti dei Signori e delle loro regole. Ogni insubordinazione o pratica religiosa, verrà punita con la morte. Le giornate si svolgono attraverso una struttura infernale dantesca, che corrisponde alle quattro parti (un Antinferno e tre Gironi), in cui è diviso il film. L'Antinferno mostra la sottoscrizione delle regole da parte dei quattro Signori, il loro patto di sangue (ognuno sposa la figlia dell'altro), e la cattura dei giovani repubblichini di leva da parte delle SS, e infine la caccia delle vittime da parte dei repubblichini. Il primo girone è il Girone delle Manie, il secondo quella della merda ed il terzo quello del sangue dove si giunge all'apice della violenza in un'orgia progressiva di torture, amputazioni, e varie uccisioni rituali, i Signori, aiutati dai loro vecchi e nuovi collaboratori, si prodigano in balletti isterici e atti sessuali necrofili sulle vittime, portando all'apoteosi il loro sentimento di disprezzo reciproco e del mondo.

Come scriveva lo stesso Pasolini: "Il sesso in Salò è una rappresentazione, o metafora, di questa situazione: questa che viviamo in questi anni: il sesso come obbligo e bruttezza. […] 
Oltre che la metafora del rapporto sessuale (obbligatorio e brutto) che la tolleranza del potere consumistico ci fa vivere in questi anni, tutto il sesso che c'è in Salò (e ce n'è in quantità enorme) è anche la metafora del rapporto del potere con coloro che gli sono sottoposti. In altre parole è la rappresentazione (magari onirica) di quella che Marx chiama la mercificazione dell'uomo: la riduzione del corpo a cosa (attraverso lo sfruttamento). Dunque il sesso è chiamato a svolgere nel mio film un ruolo metaforico orribile. […]  Nel potere – in qualsiasi potere, legislativo e esecutivo – c'è qualcosa di belluino. Nel suo codice e nella sua prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli: cioè, diciamolo ancora una volta, degli sfruttatori contro gli sfruttati. […] I potenti di De Sade non fanno altro che scrivere Regolamenti e regolarmente applicarli". Pasolini ha concepito questo film, dunque, in un momento storico in cui percepiva lucidamente, attraverso tutto ciò che stava accadendo attorno a lui (la violenza, la corruzione, la caduta verticale dei valori, l'imposizione di miti consumistici, l'omologazione sociale e culturale) il grado di sfacelo di un intero paese e il crimine di un potere “tritacoscienze” che agiva – e agisce – in nome di una democrazia solo nominalmente, formalmente tale, una situazione di cui una parte di noi italiani avrebbe cominciato a prendere coscienza solamente sul finire degli anni Ottanta.

L'uso della violenza, del soppruso e delle "schifosità" dell'animo umano sono la base di alcune opere anche di Sarah Kane. Cleansed è sicuramente il testo più violento della Kane, essendo la struttura costituita di poco più che una carrellata di torture compiute dal direttore di un istituto correzionale sui detenuti che vi sono rinchiusi. L’università-lager dove viene ambientata l’opera rimanda mentalmente ai campi di concetramento tedeschi dove venivano sterminati milioni di ebrei. Attraverso l’audace legame fra il tema dell’incarcerazione e quello dell’amore come profonda passione, la scrittrice rende possibile l’indagine di quelle tipiche domande, che nascono proprio da queste estreme e apparentemente diverse situazioni. La violenza, accreditatale come uno degli aspetti fondamentali della sua drammaturgia, viene così ad essere la condicio sine qua non attraverso la quale si realizza il vero centro delle opere keniane: l’amore. Infatti, è l’amore il vero asse che attraversa tutte le sue cinque opere, rappresentato ed analizzato nelle sue diverse manifestazioni. L’amore come fragilità umana, l’amore come passione o come atto estremo di sopravvivenza alle sofferenze umane. Centrale alla comprensione del significato del dramma mi sembra sia la considerazione della necessità di mantenere inalterato un ideale di solidarietà tra gli uomini nonostante le prove contrarie a cui una collettività ostile e repressiva può sottoporlo. Solo su queste basi è possibile il ritorno ad una pienezza dell’essere che appare altrimenti compromessa. La soggettività diventa il terreno di indagine delle strutture sociali che l’hanno determinata. La società che ne deriva dal dramma è una società repressiva e violenta, che schiera gli individui gli uni contro gli altri come base del progresso civile, e per questo teme le potenzialità eversive di un sentimento libero come l’amore.

Scene così atroci e "nefande" sono sempre più ricorrenti nella drammaturgia odierna, per non pensare alla violenza di tanti celebrati film che a partire dagli anni '90 hanno dato vita ad un vero e proprio filone artistico, dove omicidi e spargimenti di sangue, non sono nè inaspettati nè condannati, ma costituiscono la norma. Il tutto non solo per scandalizzare poichè che cosa c'è di più scandoloso della realtà stessa??? Ben venga la violenza, la rappresentazione del male umano e delle sue più atroci nefandezze,  nulla potrà mai essere meno evidente e violento della realtà stessa in cui siamo catapultati ogni giorno attraverso il mezzo televiso. Come sottolinea più volte Sarah Kane nelle sue opere l'unica via di uscita da una realtà che è di per se stessa violenta e nefanda è l'amore, l'unico sentimento che può salvare dall’indifferenza e dall’apatia del conformismo; l’amore in tutte le sue forme, lecito o illecito, contro una società che impone le sue regole al fine di omogeneizzare i suoi componenti, privandoli del tutto della loro umanità.

Il giovane Paolini, che vuol essere precursore del liber sesso, e delle manifestazioni sessuali anche più estreme non mi sembra altro che una brutta copia di famosi e già utlizzati strumenti eversivi.





postato da: manu1976 alle ore 14:02 | link | commenti (2)
categorie: cinema, letteratura
venerdì, 14 ottobre 2005

Il premio Nobel per la letteratura 2005 è andato al drammaturgo britannico Harold Pinter, considerato il maggiore autore di teatro contemporaneo del Regno Unito. Icona della letteratura inglese, Pinter è stato premiato dall'Accademia del Nobel perchè "nelle sue opere scopre il baratro sotto il chiacchiericcio quotidiano e obbliga all'ingresso nelle stanza chiuse dall'oppressione". L'Accademia ricorda che Pinter "è generalmente considerato come il rappresentate più eminente del teatro dramamtico inglese nella seconda metà del Ventesimo secolo. La sua posizione di classico moderno è illustrata a partire dal suo nome da un aggettivo che descrive  una atmosfera particolare, il 'pinteresque'".

Esordì con l'atto unico La stanza (The room, 1957). Si è occupato di commedia, tra cui Il compleanno (The birthday party, 1958) il suo primo lavoro in tre atti su due gangster che prelevano l’inquilino di una pensione, e che permise a Pinter di farsi notare quando fu dato in tv nel 1960, Il guardiano (The caretaker, 1960) con due fratelli che si contendono un vecchio barbone capitato nella casa vuota dove abitano offrendogli a turno un posto di guardiano, Il calapranzi (The dumb waiter, 1960) atto unico su due sicari in un seminterrato in attesa di ordini che arriva tramite un cala-pranzi. Si è occupato di programmi radiofonici e televisivi: La collezione (The collection, 1961), L'amante (The lover, 1963). Tra il 1957 e il 1963 Pinter esplora soprattutto il problema della comunicazione, la sottomissione al potere, l'isolamento, l'insicurezza. Sono le opere associate al teatro dell' "assurdo", e che alcuni designano come "commedie di minaccia". Nelle commedie di Pinter la vicenda è spesso poco chiara, né di va verso uno sbocco che concluda davvero. I personaggi violano con disinvoltura alcune delle leggi non-scritte del teatro, ad esempio contraddicendo quello che avevano detto su se stessi, e che il pubblico, abituato per convenzione, aveva preso per buono.

Il suo teatro segue le linee fondative di Kafka e Beckett, con il quale è stato amico; usa il linguaggio corrente caricandolo di ambiguità, pause, silenzi di grande effetto teatrale. Tema di fondo è la nevrosi dell'uomo contemporaneo, l'inadeguatezza di qualsiasi comunicazione. Pinter ha sempre negato l'esistenza di una 'conoscenza onniscente' dell'opera d'arte al di là di ciò che appare effettivamente nel testo. Sul palcoscenico i suoi personaggi assumono una loro (pirandelliana) esistenza, ciò che esprimono appartiene a loro.

Tra i suoi drammi per così dire “politici”, sono senz’altro da ricordare Il bicchiere della staffa, i cui protagonisti sono i desaparecidos argentini, e Il linguaggio della montagna, ispirato alle vicissitudini del popolo curdo. In questo stesso percorso si colloca anche Party time del 1992 (che mantiene il titolo originale pure nella traduzione italiana), ove più che altrove si scatena una situazione tragica che travolge all’improvviso la vita dei personaggi in scena. Il mondo perbenista, borghese e superficiale viene inaspettatamente spezzato, quasi squarciato da un’entrata sul palcoscenico che rappresenta il dolore, il  profondissimo travaglio in cui tutto si ferma e tutto si chiude, come afferma il personaggio stesso. E’ perciò anche la vita di ogni spettatore che può cambiare e precipitare nel baratro della sofferenza più amara, o conoscere i propri abissi senza poter più tornare indietro.  Il teatro di Pinter non è certo fatto di dialoghi ampi ed articolati, di tensione tra personaggi e comunicazione, come accadeva nella tragedia greca: l’autore vi rappresenta infatti un dramma tutto interiore, ove i rapporti interpersonali divengono essenzialmente una questione di dominio. Non c’è l’esplosione del dramma, ma piuttosto una specie d’implosione del dramma nella coscienza del personaggio; a volte, si assiste ad un conflitto senza personaggi, ossia al conflitto di uno solo che racchiude il dramma di tutti. Invero Harold Pinter  rappresenta con  penetrazione psicologica ed efficacia espressiva la crisi dell’uomo del ’900, l’aspra condizione dell’uomo contemporaneo, ch’egli vede angosciato da una solitudine che mai cessa d’accompagnarlo e torturarlo.

postato da: manu1976 alle ore 11:35 | link | commenti (2)
categorie: letteratura, teatro